Sic transit gloria mundi vergavano i latini anche sulle tombe degli eroi, come monito che per tutti giunge l’ultima ora. L’ora di Fabrizio Frates sulla panca della Fortitudo è arrivata questa mattina, in via ufficiale, ma ieri nel tenebroso volto di Michele Martinelli si leggeva già chiara la via intrapresa e sussurrata – urlata? – da settimane. C’è Ergin Ataman, adesso, ma non è quello il punto, perché ben più in profondità occorre indagare per capire se quell’epitaffio sia scritto solo per l’allenatore o per un progetto che non è mai partito.
Fanfare, dichiarazioni roboanti, pose aristocratiche per sublimare i fotografi. Il Martinelli abbronzato che si siede sul ponte di comando illude molti, si guadagna appellativi sontuosi, fa sognare una tifoseria che dall’addio di Giorgio Seragnoli sarebbe rimasta scottata. Ma dietro la facciata, cosa c’era? Un proprietario istrionico, che lavorando a Roseto ha saputo costruirsi un’identità forte, portando ex campioni Nba, lavorando come imperatore della piazza, forestiero per Basket City.
A Bologna, c’è altro popolo. Martinelli arriva, conduce un interminabile siparietto con Repesa e Belinelli per gestire le loro partenze – poi solo il tecnico andrà via – butta in squadra dieci volti nuovi e all’ultima curva, dopo aver tastato tre o quattro nomi almeno, firma l’allenatore. Le prime sconfitte segnano fragorose esternazioni, l’intento è di scuotere l’ambiente, il risultato è la delegittimazione del lavoro. Non ci sono filtri, fra Martinelli e la squadra: mancano dirigenti di spessore a cucire i rapporti, l’allenatore non è in una posizione salda per essere un interlocutore credibile. Dall’alto viene scavalcato, dal basso viene ignorato.
Lì è la rottura del giochino. Perché se la squadra è costruita male – ed è costruita male – qualche toppa si può mettere e una stagione meno felice non è un dramma. Ma se il guaio è alla base, anche una girandola d’interventi sul mercato serve a poco. La storia dei giocatori che “remano contro” non attacca: le facce non sono piaciute, è vero, probabilmente molti non hanno capito ancora dove sono capitati e nella confusione generale si sono perduti. Certamente in pochi hanno onorato la maglia. Alla base però c’è fragilità, non dolo, non volontà di perdere o mettere nel sacco Frates.
Molti giocatori di questa Fortitudo sono dotati di enorme talento, ma pochi sono primi violini. Altri non sono di alta qualità, per stare al passo con gli obiettivi. E nel mare in burrasca, con tanti mozzi e pochi ufficiali la barca affonda. Anche lo skipper, esautorato presto da ogni potere a causa delle posizioni nette prese pubblicamente dalla proprietà, non aveva voce in capitolo. Probabilmente Martinelli s’è accorto presto d’aver sbagliato qualcosa, anche ieri s’è assunto delle responsabilità, ma resta il fatto che tre mesi di lavoro sono andati perduti.
C’è la forte sensazione che nessuno degli uomini in biancoblù abbia i crismi per guidare la squadra fuori dal pantano. Avere talento non significa essere dei leader. Oggi Ataman prenderà possesso dello spogliatoio e l’aquila farà i conti con un allenatore particolare, dal pedigree importante ma anche dall’importante umore, peso specifico, carattere. Forse a qualcuno Frates non andava bene, ma se oggi Martinelli regala l’investitura globale al turco, fornendogli una posizione solida, ad essere con le spalle al muro saranno i giocatori. Niente alibi, ammesso che prima ve ne fossero. E possibilità di cambiare qualcosa, sulle indicazioni del nuovo tecnico.
Frates ha già pagato e l’unica vera colpa che può essergli ascritta è il non aver migliorato questa squadra. Le condizioni erano ardue, ma oltre le sue parole d’ottimismo, utili probabilmente solo per convincere se stesso e qualche animo candido, la Fortitudo non è mai andata. Ha continuato a perdere, e gran passi avanti, nella sostanza, non ne ha fatti. Ma con questa struttura, questi chiari di luna e questa forza lavoro, quanti avrebbe potuto farne? Più che salvare la stagione, ora, occorre costruire: se c’è un progetto, si programmi per il futuro dando un’identità al gruppo e al club. Anzi, ridando l’identità troppo presto perduta e difesa, oggi, solo dall’incessante canto della Fossa.
Daniele Labanti