Alla fine, Basket City ha raccontato la storia attesa da tutti. In ottomila erano andati al PalaMalaguti, fra sfottò e cabale, dicendo che avrebbe in qualche modo vinto la Virtus, con un punteggio basso, spalancando ulteriormente le porte della crisi Fortitudo, che Best sarebbe salito in cattedra sul più bello. Insomma, per una volta l’oracolo s’è avverato appieno, e non solo, c’erano pure i Cugini di campagna tanto invocati da Sabatini, a suonare le note della festa bianconera.
Con ordine: uno dei derby più brutti di sempre, quello numero 98, ma uno di quelli che il popolo Virtus ricorderà con maggiore dolcezza. Per la gioia, la sofferenza, l’attesa lunga quattro anni e mezzo. Il primo rivinto nel tentativo di ristabilire antiche gerarchie perdute, ma tanto care alla gente della Vu. Basterà un colpo? Difficile, però il valore è alto, perché la VidiVici oggi è in testa da sola mentre la Climamio sta affogando mestamente e l’invasione di campo, che a fatica il teatrale pubblico Virtus inscenava per gli scudetti, n’è la testimonianza.
Markovski s’è inventato ancora i suoi quintetti, giocando con l’ampolla a fare l’alchimista, e a tratti parevano proprio queste tattiche l’unico freno alla Virtus. Al gong si sono invece rivelate vincenti e l’eroe è lui, ma andando oltre la gestione, perché questo derby la Virtus non l’ha vinto nei quaranta minuti ma nell’anno di lavoro che aveva alle spalle, mentre l’aquila s’affidava solo a un mesetto d’improvvisazioni.
Eccoci allora, cosa poteva sovvertire il vituperato Frates? Pochino, forse nulla. Colpe specifiche, nel derby, non può averne, e anzi è apprezzabile la scelta di mettere le «fighette» – Martinelli dixit – con le spalle al muro. Belinelli, Shumpert, Edney, Bluthenthal: quattro nomi che riecheggiano più degli altri nelle buie stanze biancoblù. Hamann, che tecnicamente vale pochino, ha fatto del cuore una bandiera, Cavaliero l’ha seguito, Thomas s’è impadronito dell’area, insomma qualcuno, non i leader designati (sic…), la scossa ha provato pure a darla. Eppure? Eppure contro la peggior Virtus vista finora in campionato, la Climamio ha opposto il vuoto totale.
Poteva solo perderlo la VidiVici, questo derby numero 98, ma l’ha vinto. Festeggia, lavorerà per aggiustare i suoi problemi, pagliuzze rispetto alle travi altrui. Perché oggi la Virtus ha una squadra, un sistema, delle rotazioni, delle gerarchie, uno spogliatoio, un progetto che da cima e fondo – leggi nelle sue componenti totali, società, staff, giocatori, collaboratori – rema dalla stessa parte. Magari fra poco non sarà così, nuvole nere s’addenseranno anche su via dell’Arcoveggio, ma se adesso la Virtus è in testa lo deve proprio alla somma di cui sopra.
La Fortitudo sta implodendo. Brutte facce in campo, giocatori che scancherano l’uno con l’altro, l’allenatore impotente, mal sopportato, messo nell’imbarazzante situazione di gestire una squadra che non ha costruito e che non si vuole bene. Non è un burlone, Frates, ma non è amato. E la sua truppa non lo capisce, non c’è sintonia ma nessuno fa molto per trovarla. Edney spara sul pianista dopo il derby, ma il primo a rischiare il taglio è proprio lui: non avesse un ricchissimo biennale… A ruota, Blù e Shumpert, forse più il secondo, dopo il derbaccio (non) giocato. Eppure anche costoro si chiedono cosa il tecnico e il club vogliano di diverso, loro sono questi, sono sempre stati questi. E dunque si va a monte, alla cima della gerarchie, a chi questa squadra l’ha male assemblata fra mosse politiche e ingaggi da fantabasket, e a un continuo rimpasto di situazioni che poteranno inevitabilmente la Fortitudo sul mercato, per salvare o la capra o i cavoli. Ma a rimescolarla puzza di più, sostiene il proverbio. «Non s’è capita l’ironia?»
Daniele Labanti