Non siamo sotto Natale, ma le palle sembrano già essere in cima alla hit parade. Le palle o le pallonate, quelle che Michele Martinelli ha tirato in faccia alla Fortitudo attraverso gli organi di stampa. Uno sfogo sconsiderato, eccessivo, quasi folle, a sentire i rimbalzi di chi vive lo spogliatoio biancoblù, leggi tecnici e giocatori. Un’accusa legittima, secondo l’entourage dirigenziale e quelli che non credevano ai propri occhi vedendo l’orribile Climamio di Capo d’Orlando.
Martinelli, che viene da Roseto, e Roseto non è Bologna, alla seconda giornata ha già imbracciato i fucili per sparare a zero su tutti, denunciando l’humus d’un ambiente tutt’altro che sereno in casa Fortitudo – le avvisaglie estive avevano già messo in allerta i più attenti – e gettando una lunga ombra sulla partita di giovedì a Biella. Tralasciando i pesanti insulti, che nell’intento della proprietà si suppone vogliano scuotere i giocatori, Martinelli ha vergato a chiare lettere parole di fuoco: tutti sono in discussione, a Biella non è ammessa la sconfitta.
Finisse male, che succederà giovedì notte? Fra tuoni e fulmini, cadranno teste importanti? Frates, che non ha gradito le smitragliate sulla folla di Martinelli, è un allenatore esperto, ma tutt’altro che accomodante. Dovessero esserci codazzi polemici, e una sconfitta, potrebbero saltare il banco e i commensali, legittimamente offesi da un’uscita a gamba tesa del patron. Buon sangue pare non scorra, ma da qui a prendersi per il bavero, dopo due partite e una sconfitta, è probabilmente troppo.
A margine, qualcosa va detto. Squadra rivoluzionata, che richiede tempo per trovare equilibri. Gerarchie tutte da scrivere, non solo su carta, e sguardi poco convincenti, hanno mescolato problemi a problemi, ovvero una preparazione che non propone certo – e ci mancherebbe – una Fortitudo al 100% a metà ottobre. I dubbi tecnici c’erano prima e rimangono: i campionati si vincono su mille tavoli e Martinelli questo forse non lo sa, la squadra con la maggior somma di talento non è detto che sia anche la più forte.
Sicuramente, non è la più gestibile né la più allenabile, e s’è visto. Per i caratteri e le caratteristiche, gioco di parole che unisce animi e qualità sul campo. Difficile trovare una quadratura, specialmente se l’architetto – di nome e di fatto – è stata l’ultima firma del mercato, se il tuo miglior talento sta in campo come fosse a una sfilata, se tanti (tutti) vogliono la palla per tirare. Da qui a fare schifo, come ha vagamente fatto intendere Martinelli, ce ne corre, e si fosse fermato al «fighette», il dardo sarebbe anche stato accettabile.
Il turpiloquio, però, ha fatto tremare i muri. Che voglia fare il patron è dura da decifrare, oggi ci sarà finalmente un colloquio, tardivo se chi va in campo deve leggere certi sfoghi in primis sui giornali. L’impressione è che Martinelli sia un leone ruggente, ma la guida ruspante da autoscontri, che a Roseto poteva permettersi, a Bologna è follia. Si rischia di deragliare ancor prima di partire, non c’è margine per stravolgere dieci volte i piani, né per fucilare tutti. Per star qui, bene, la lezione va compresa subito.
Daniele Labanti