Il 9 luglio 2006 rimarrà stampato nella mente e soprattutto nei cuori di tutti noi, ci ricorderemo per sempre quella notte. L’Italia è campione del mondo, un urlo che il paese intero attendeva di lanciare da ventiquattro anni e la testimonianza più bella è arrivata proprio dalla gente. Quelle piazze gremite davanti ai maxischermi, quelle facce tese, quei tricolori al vento, quei boati che hanno chiuso settimane di sorrisi, sofferenze, cabale, raduni d’amici, cene e cantine saccheggiate. L’Italia è campione del mondo e si prende quella Coppa che più di tutte ha meritato: perché è la più forte.
Dopo una serie di pronostici clamorosamente sbagliati, uno l’ho preso: questo mondiale doveva essere azzurro, il gruppo migliore, assemblato bene, gestito bene, una somma di qualità-forza mentale-fisico robusto-tecnica. Questo era il mondiale dell’Italia e così è stato. Facilissimo ora piazzare i gettoni sul numero vincente, ma va detto che già prima, mentre si lanciavano i fumi neri dello scandalo sulla spedizione italiana, parlando di calcio erano ben altre le certezze. E quello scandalo, a sentire gl’eroi azzurri, ha fatto bene al gruppo che Lippi ha gestito splendidamente compiendo lì, più che sul campo, il suo vero capolavoro.
Era l’11 luglio 1982 l’ultima volta. Facce diverse, lo zio Bergomi aveva i baffoni, il calcio azzurro era uscito da un altro scandalo, la Nazionale giocò in modo pietoso prima e sublime poi. Questa ha tenuto più o meno la stessa velocità, e ugualmente ha vinto, regalando all’Italia intera un’altra notte di gioia smodata. Nell’82 non c’erano i telefonini per fotografare e riprendere le follie d’una notte azzurra, le macchine a rivederle oggi sembrano oggetti da museo, ci si divertiva magari in altro modo. Ma c’erano quei tricolori lì, gli stessi ripresi fuori dagli armadi ieri, dopo tanti, troppi anni di naftalina. Stavolta niente scopone sull’aereo con il Presidente della Repubblica, al massimo un poker su internet. Quanto mondo è passato in questi due decenni, eppure l’Italia s’è ripresa qualcosa. Non ha più le maglie di lanetta azzurra, con l’alone di sudore, ma delle divise in fibra con l’alone disegnato dallo stilista. Non ha più, forse, la stessa spinta d’inizio anni ottanta, quando s’entrava nel mitico decennio yuppie. Eppure ha rivinto, in modo semplice: facendo pesare la superiorità globale nei confronti di tutti, oltrepassando anche la maledizione dei rigori, l’interminabile attimo che quest’anno c’ha portato nell’Olimpo. Queste sono le gioie di oggi, le follie della gioia mondiale, i popopopopo degli White Stripes, assurdamente e dolcemente diventato un secondo inno nazionale.
La Coppa è a casa. Ora, a casa, chiudiamo l’opera: potiamo i rami secchi, ripuliamo il nostro calcio dal marcio, ostracizziamo i malversatori, restituiamo il maltolto ha chi ha subito danni, puniamo i club colpevoli. E ripartiamo, da campioni. Perché siamo campioni. E 60 milioni d’italiani nel mondo, non solo nello stivale, hanno pianto di gioia per quella squadra azzurra che li ha riuniti. A Torino, a Firenze, a Roma, come a Bologna, a Brescia, a Lecce. Le feste pazze in Piazza Maggiore sono il segno dell’amore per questo Paese, Bologna cerca giustizia e rende onore all’oro mondiale, anche questa pagina trova per la prima volta una foto. Perché lo scandalo dovrà essere chiuso nel modo giusto, affinché questa Coppa venga ancor più valorizzata. I campioni del mondo siamo noi, c’è l’Italia lassù, vincitrice perché è più forte di tutti. Godiamocela.
Daniele Labanti